Il cappello western tra città e natura: l’arte di Gigi Tacchino.

Il cappello western non è solo un accessorio, ma un pezzo di storia che oggi dialoga sempre di più con la moda urbana. Abbiamo incontrato Gigi Tacchino, custode di una tradizione familiare di cappellai che porta il Made in Italy fino nel cuore del mercato americano. Con lui abbiamo parlato di stile, natura, artigianato e del legame speciale con la Valsassina.

Il cappello western nasce per i lavoratori del ranch, ma oggi si sta fondendo molto con la moda urbana. Secondo te, come si bilancia la tradizione tecnica con le nuove tendenze dello stile?

C’è sempre stata una forte connessione tra gli articoli nati per la vita agricola, per l’utilizzo pratico e la tradizione, e le tendenze fashion. A volte basta un grande testimonial capace di influenzare una fascia di pubblico, e si crea la tendenza. Il nostro compito come produttori è seguire queste evoluzioni e, a volte, dettarle.

Ma questo dialogo con la città oggi funziona così bene anche per un altro motivo: c’è un forte ritorno alla natura, al verde, alla voglia di evadere verso l’esperienza dell’agriturismo e del turismo lento. Ed è proprio quando le persone lasciano la città per fare trekking a piedi o a cavallo che la moda torna a essere pura necessità. Sotto il sole battente a 40 gradi, o in mezzo alla neve con le mani impegnate a tenere le redini, ti rendi conto che il cappello è indispensabile. Questo desiderio di rivivere la natura, che si respira così bene anche qui in Valsassina, fa nascere la voglia di uscire ma con gli accessori giusti. Proprio come non faresti una passeggiata in montagna con scarpe senza grip, non puoi farlo senza un vero copricapo adatto.

A proposito di fashion, la vostra ditta propone modelli storici adatti a tutte le tasche. Qual è la vostra filosofia aziendale?

Ci sono modelli iconici che continuiamo a produrre ancora oggi in tutte le versioni: da quelle più economiche a quelle con materiali più pregiati. La nostra politica aziendale è sempre stata quella di non applicare mai margini esagerati per rimanere accessibili. Vogliamo offrire l’alta qualità dei materiali , come la pelle di prima scelta o le fodere interne in tessuto e seta, a un prezzo abbordabile. Cerchiamo sempre il miglior compromesso tra qualità e prezzo.

Voi producete tutto internamente, giusto? Com’è radicata la vostra produzione?

Sì, produciamo internamente con i metodi che ho ereditato da mio padre, mio nonno e mio bisnonno; siamo una generazione di cappellai. Alessandria è un po’ la patria del cappello, con ditte blasonate che hanno esportato in tutto il mondo. Come ogni luogo in Italia, anche noi portiamo avanti tradizioni incredibili. Esportiamo anche negli Stati Uniti. È una bellissima soddisfazione.

Quando un cliente si avvicina per la prima volta a voi, qual è il primo consiglio che gli dai per scegliere il cappello giusto? Guardi più l’estetica o la funzionalità?

Per prima cosa guardo sicuramente l’esigenza: cosa vuole fare il cliente con questo cappello? Do precedenza alla tecnicità rispetto al fashion. Poi, ovviamente, bisogna trovare il connubio perfetto: unire la necessità tecnica a un modello che stia bene alla persona. La difficoltà sta proprio nel trovare la forma e il colore giusto per quel tipo di viso, per quel colore di capelli, creando un quadro finale soddisfacente. Dico “quadro”, ma ci tengo a precisare che quando si fa questo mestiere non si è artisti, si è buoni artigiani. Io modello il cappello sul posto, creo pezzi unici, ma è una cosa legata all’arte del mestiere. Semmai, l’artista è il cliente: è bello crearlo insieme, alla fine è come se il cliente lo avesse fatto con me.

E per quanto riguarda la cura? Come ci si prende cura di un cappello da cowboy dopo una giornata di polvere, sole o pioggia?

Spazzolarlo ogni tanto fa sicuramente bene. Per le qualità dei materiali che uso io, prendere l’acqua, la pioggia o persino lavarlo sotto il rubinetto con un po’ di sapone fa solo che bene. È un materiale che ha bisogno di umidità e di acqua. Il cappello soffre molto di più se viene chiuso in un armadio o appeso come soprammobile per otto mesi con il riscaldamento di casa, rispetto a quando viene vissuto tutti i giorni.

Qual è il tuo cappello preferito, quello che indossi di solito?

D’estate ne indosso uno in feltro leggero, non amo molto la paglia, con una tesa non troppo larga, mentre d’inverno passo a un feltro più pesante. In genere li porto fino al consumo finale, ma proprio perché li vivo così tanto, finisce che ad alcuni mi affeziono: ne tengo da parte diversi legati a un ricordo, a un autografo o a un momento speciale della mia vita. Ed è una cosa bellissima che succede anche ai miei clienti. Molti tornano da me per raccontarmi gli aneddoti fantastici vissuti insieme al loro cappello, magari durante un trekking o un viaggio con gli amici. Si crea un legame profondo, quasi una fidelizzazione affettiva, perché il cappello è uno di quegli oggetti che, una volta entrati nella tua vita, non abbandoni più.

Hai fatto cappelli per grandissimi artisti e cavalieri. C’è un personaggio del presente o del passato che ricordi con più piacere o che avresti voluto vedere con un tuo cappello?

Ho 64 anni e ho fatto cappelli per i più grandi artisti, cavalieri e marchi, ma per me sono tutti ottimi clienti, dal più famoso all’uomo comune. Mi piace ricordare l’immagine visiva delle persone che vengono a trovarmi in ditta, mi resta proprio il fotogramma di quel momento. Non mi manca nessuno in particolare e non guardo al passato: facciamo le cose per continuare ad andare avanti.

Sei una figura di riferimento per il Valsassina Country Festival. Cosa ti spinge a tornare qui come espositore anno dopo anno?

Qui è tutto bello, a partire dall’ambiente. È una vallata stupenda ed è bellissimo vivere questo contatto con la montagna, di cui sono appassionato fin da giovane. Mi piace molto lo spirito che Ivan e tutto lo staff mettono nell’organizzare questo festival; il tema western qui ci sta a pennello. C’è una bellissima atmosfera e un pubblico caloroso che viene per restare anche due o tre giorni.

Cosa ti aspetti da questa nuova edizione?

Penso che sarà un’edizione molto bella, ci sono grandi attrattive: la musica live, le gare di Gimkana e la presenza della madrina Natalia Estrada, che porta grandissima classe e tecnicità nel lavoro con i cavalli.

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